Figlio di dio o figlio del peccato?

by
Mylène Farmer

Mylène Farmer

di giuliomozzi

Fu Gesù stesso a inventare la storia che era nato da una vergine. In realtà, però, sua madre era una povera donna di paese che si guadagnava da vivere filando. Essa fu cacciata da suo marito carpentiere quando fu dichiarata colpevole di adulterio con un soldato di nome Panthera. Essa quindi girovagò e dette alla luce Gesù di nascosto. In seguito, siccome era povero, Gesù andò a lavorare in Egitto dove divenne esperto in arti magiche. Reso da questo superbo, si arrogò il titolo di Dio.

Così Celso in un celebre passo della sua opera contro i cristiani, scritta attorno al 177-180. Di quest’opera, peraltro, noi conosciamo solo frammenti del testo: quei frammenti che Origene, nel 248 circa, cita per confutarli in un suo libello contro Celso. Ciò che ci interessa ora è che questa opinione sulle origini di Gesù era probabilmente assai diffusa tra gli anticristiani, pagani o giudei che fossero (Celso era pagano; Tertulliano cita una voce, di origine giudaica, secondo la quale Gesù era figlio di una prostituta, ecc.).

I Vangeli – del tutto involontariamente, suppongo – contengono qualche esca per opinioni del genere. Ad esempio in Marco e in Matteo, nella celebre scena in cui Gesù entra nella sinagoga del suo paese e si mette a insegnare:

Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E si scandalizzavano di lui. (Marco 6, 1-3)

Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?”. E si scandalizzavano per causa sua. (Matteo 13, 53-57)

Provate a domandarvi quando mai, nelle letterature antiche (non solo quella giudaica) un uomo venga identificato in quanto figlio di una certa donna. La risposta è: rarissimamente; l’uomo viene identificato normalmente come figlio di un certo uomo. E infatti i Vangeli di Luca e Giovanni, la cui redazione (gli studiosi sono sostanzialmente concordi) è assai più tarda rispetto a Marco e Matteo, nella stessa situazione modificano prudentemente la domanda dei compaesani: “Non è questi il figlio di Giuseppe?” (Luca 4, 22); “Non è questi Gesù, il figlio di Giuseppe? Non conosciamo suo padre e sua madre?” (Giovanni 6, 42).

Non sarà che i compaesani si riferivano a Gesù come a “figlio di Maria” perché, semplicemente, sapevano che non era figlio di Giuseppe? E’ un pensiero lecito. E possiamo forse immaginare – ammettendo l’origine divina di Gesù – che Maria e Giuseppe ne avessero parlato in giro? Da dubitarne, visto che già Erode aveva cercato di farlo fuori.

Secondo Raymond E. Brown, autore di un colossale commento ai “Vangeli dell’infanzia” (La nascita del Messia secondo Matteo e Luca, Cittadella editrice), ciò che conosciamo della cultura del tempo non ci permette di supporre che “il fatto di riferirsi a Gesù per mezzo del nome della madre” sia “indice di disprezzo nei confronti di lui (o di lei)” (p. 737). Lo stesso Brown cita studi “accurati” di H. K. McArthur, che “ammette che in alcune culture [del tempo] prevale la tradizione di designare per nome di madre un figlio illegittimo”: ma non vi sono testimonianze di questo nella Bibbia o negli scritti rabbinici. Vi sono senz’altro norme giudaiche posteriori che impongono di identificare attraverso il nome della madre un figlio illegittimo, “perché un bastardo non ha padre”: ma nulla ci dice che tali norme fossero vigenti al tempo di Gesù o – se posteriori – riflettessero un uso esistente al tempo di Gesù (Brown, pp. 738 sgg.).

D’altra parte, l’indicazione di Gesù come “figlio di Maria” può significare semplicemente che all’epoca del fatto Giuseppe era già morto; e, immaginando che indicare un uomo come figlio di una donna potesse effettivamente avere all’epoca una sfumatura negativa, non è insensato supporre che per evitare equivoci Luca e Giovanni abbiano preferito indicarlo come “figlio di Giuseppe” (benché lo stesso Luca, nella scena dell’annunciazione, spieghi chiaramente che Giuseppe c’entrava poco con il concepimento di Gesù; e poche pagine dopo, nel compilare la geneaologia di Gesù, scriva chiarissimamente che egli “era figlio, come si credeva, di Giuseppe”: Luca 3, 23).

Peraltro, l’immaginazione di un dio-uomo, salvatore delle genti, nato poverello in una stalla, figlio di un carpentiere e di una donnuccia qualsiasi, è un’immaginazione oltraggiosa (la reazione dei compaesani alla pretenziosa predicazione di Gesù ne è la prova); e oltraggiosa è tutta la vita di Gesù, che finisce col farsi ammazzare in croce, ossia con la morte riservata agli schiavi, ai servi, ai non-cittadini, alle non-persone. E allora, andando oltraggiosamente oltre nell’oltraggio, si può immaginare che questo dio-uomo fosse addirittura figlio di una violenza, figlio di una prostituta, in somma figlio del peccato. Se le origini umane di Gesù sono una dimostrazione di una divina volontà di abbassarsi, perché tale volontà non avrebbe potuto abbassarsi fino a volere un’incarnazione infamante? Non è forse meravigliosa una tale umiliazione? Non è forse ricca di insegnamenti per la vanità degli umani? E così come – uso un luogo comune – “negli occhi di ogni uomo, soprattutto negli occhi dei più miseri, dobbiamo vedere Gesù”, non si potrebbe dire che “negli occhi di ogni donna, soprattutto negli occhi delle più miserabili, delle violate, delle peccatrici eccetera, dobbiamo vedere Maria?”.

La retorica, come si vede, fa miracoli.

Non può stupirci, allora, che la storia di una Maria visitata non dall’angelo, ma da un concretissimo e magari violento essere umano, abbia continuato a circolare e a tramandarsi nei secoli. Una delle sue più recenti apparizioni è in una canzone di Mylène Farmer (c’è anche un sito in italiano), cantante francese di origini canadesi (“la Madonna francese”, dicono i francesi con la solita grandeur), intitolata per l’appunto Annonciation (testo e musica di Laurent Boutonnat). Ovviamente al suo apparire la canzone suscitò scandalo; anche perché Mylène Farmer non si è mai risparmiata le provocazioni sessuali (si dice che sia stata la prima star di un qualche rilievo ad apparire nuda – e nuda davvero – in un videoclip: quello della canzone Libertine, nell 1986).

Questo è il testo di Annonciation:

Il est entré dans mon lit
Sans un bruit, sans même troubler la nuit
En moi il a fait son lit
Petite pluie oubliée entre deux cris
Dans mon sang je l’ai maudis
Ce sain esprit

Une larme, un frisson, c’est l’heure
celle où seule on sent son cœur
P’tite affleure qui gonfle de sang et meurt
L’ange m’a fait croire au bonheur
C’est un faiseur

Et moi je sais que tu existes
Et ça me donne bien du malheur
Et moi je sais que tu es triste
Car dans mon ventre ça naît ça meurt

Il a traversé mon lit
Comme on fuit sans même déranger la vie
Un caillot, il m’a trahi
Sans un cri la vie pour moi c’est fini
Mon sauveur mon p’tit baigneur
Sans toi je meurs

Et moi je sais que tu existes
Et ça me donne bien du malheur
Et moi je sais que tu es triste
Car dans mon ventre ça naît ça meurt

Ed ecco un videoclip – non originale di Annonciation: si tratta di un montaggio fatto da un fan. Un video originale non esiste. Buon ascolto.

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